24 giu 2013

Giorno 70 & 71- la questione annosa

Mi prendo una pausa dallo scrivere della mia situazione piu o meno sentimentale.
Il cuore vuoto si e' popolato di farfalle giganti, la pancia ha preso il sopravvento, la schiena e' scossa da brividini di pauretta, il cervello e' stato forzatamente messo a tacere.
Bene. Tutto questo e' stato detto e scritto.
E data la situazione di attesa (snervante, io non ce la faccio piu!), direi non c'e altro da aggiungere.

Mi prendo il tempo invece di parlare, oggi in questa giornata grigissima di inverno estate, della condizione di expat e come questa vari a seconda dei periodi e degli umori.

Una verita' che ho capito sulla mia pellaccia e' che se a prima vista il partire e lasciare il proprio Paese sembra il passo piu' difficile, il tornare non e' assolutamente cose' semplice come si possa pensare.
Direi per due motivi principali.
Il primo e' che, soprattutto se si vive in un Paese in cui la lingua ti rende la completa integrazione non immediata (tipo Germania se arrivi non sapendo il tedesco, esempio a caso), ti si crea una specie di sfida con te stessa- ogni giorno che sopravvivi, ogni giorno che ce la fai, ogni giorno che ti senti un pochino piu a casa nel nuovo posto, e' una vittoria. E rimpachettare tutto e tornare a casa sarebbe come ammettere a se stessi di non avercela fatta. Stupido, ma e' cosi.
Il secondo e' che lasciando il proprio Paese, l'angolo con cui guardi  certe cose cambia completamente. Si allarga. Per cui cio' che prima non consideravi come un potenziale ostacolo/problema/limite, dopo aver fatto esperienze in altri posti- lo diventa. E lo diventa ad un livello che a volte porta l'expat di turno a rigettare completamente l'idea di un ritorno in patria.

Cosi' a prima lettura si direbbe quindi che l'expat sia ormai convinto e felice e sereno della propria situazione di rimpiantato in un altro paese, convinto che tornare non sia il caso.

In realta' cosi non e'.
Quel piccolo dolore di non essere a casa ti perseguita ogni giorno. Camminare per strada e non capire a primo ascolto cio che gli altri dicono. Accendere la radio e non trovare canzoni dei tuoi tagliavene preferiti. Non poter fare battute di spirito con la commessa del negozio. Adeguare ritmi di vita a orari totalmente strani (tipo pranzo alle 11.30).
Mille piccole cose che ti ricordano che tu stai cercando di mettere radici in un territorio che non e' il tuo. Tipo un ulivo in montagna.

Certo il dolore si puo' curare. Esistono tantissimi metodi, supportati dalle moderne tecnologie.
Si puo' ascoltare la radio via internet, ordinare libri su amazon, imparare a cucinare quei cibi che di solito ti faceva trovare la nonna, impegnarsi a skypeare di piu e meglio, aggiornarsi continuamente sui tagliavene nostrani, guardarsi i film in streaming.

E poi il dolore puo' essere bilanciato. Da tutte le cose positive che il vivere all'estero ti porta. Le piccole cose nuove che si imparano ogni giorno. Lo stupore per cio' che si pensava universale e invece non e'. Il cervello che impara a partizionarsi in un'ulteriore lingua. Nuove tradizioni che ti porterai sempre dietro. La capacita' di non giudicare mai piu' perche' oggettivamente non puoi, i sistemi di riferimento sono diversi. Le persone, tante, varie, multiculturali, diverse, straniere come te, che ti attraversano la vita e ti lasciano un dono.

Ci sono giorni in cui ti senti di poter spaccare il mondo, perche' sei expat.
Ci sono giorni in cui ti senti di esserti imposta una pena da scontare, perche' sei expat.

Ci sono giorni in cui riuscire a mandare a quel paese l'operatrice di turno al telefono ti fa sentire forte.
Ci sono giorni in cui chiedere per l'ennesima volta di ripetere piu' lentamente ti fa sentire piccola e dobole.

Ci sono momenti in cui non hai bisogno di nulla.
Ci sono momenti in cui anche ascoltare i negramaro, come oggi in questa giornata grigissima di inverno estate, ti porta la fitta di nostalgia.



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